Trump torna su Twitter? Il nuovo CEO giura guerra all’ex presidente


E’ ormai notizia di dominio pubblico che il noto CEO, nonchè cofondatore nel 2006 di Twitter, Jack Dorsey,  lascerà la sua posizione nell’azienda, come riportato da CNBC lunedì scorso. “E’ giunto per me il momento di andarmene”, ha detto Dorsey in mezzo a mille punti interrogativi nei giorni scorsi, anche se, di fatto, già il mondo dei social si aspettava che qualcosa si muovesse in quel senso.

Dorsey riceveva già da molto tempo critiche su molti fronti. Una questione aperta e mai davvero chiusa riguarda la censura dei social con precise  strategie funzionali alla politica della sinistra liberale piu’ estrema e anti-trumpiste. Tuttavia l’altra questione è quella che ufficialmente avrebbe determinato la scelta di Dorsey, ovvero il conflitto di interessi che egli aveva nel mantenere la carica di CEO di Twitter e al contempo di SQUARE, la sua compagnia di pagamenti digitali, che collegava Dorsey direttamente all’investitore miliardario Paul Singer, fondatore della Elliott Management Corporation,  il quale da tempo voleva che lasciasse uno dei due incarichi.

Penso che la compagnia sia pronta a muoversi verso nuovi orizzonti, anche perchè è cambiata moltissimo da quando l’abbiamo fondata anni or sono”. Ha dichiarato l’ex CEO, che tuttavia non se ne andrà subito dalla compagnia, come pubblicizzato dai media, bensì dopo la riunione degli azionisti del 2022. In realtà, non è la prima volta che Dorsey manifesta il desiderio di dedicarsi ad altro in prima persona. Già due anni fa, sorprese colleghi, investitori e fans sostenendo che avrebbe desiderato spostarsi in Africa per almeno sei mesi l’anno, poichè percepiva che il futuro risiedesse lì, anche da un punto di vista finanziario e dei suoi adorati Bitcoin. Vi si recò per un breve periodo nel 2020 ed ebbe modo di conoscere le realtà locali e come poterle far fruttare. Ma dopo pochi mesi fu poi costretto a tornare in patria.

A questo punto, ci si potrebbe domandare se vi saranno differenze in termini di policy dell’azienda, e la risposta è “beh non proprio”, o se preferite “non in meglio”. Infatti, al posto di Dorsey, arriva l’indiano Parag Agrawal, un 37enne per nulla nuovo a Twitter, con cui collabora infatti dal lontano 2011, per poi divenirne CTO, ovvero Chief Technology Officer nel 2017. Negli ambienti Agrawal è noto per le sue posizioni estremiste, molto orientate alla censura del pensiero, e se ci pensiamo bene, una delle cose per cui Dorsey era maggiormente avversato dal pubblico, e che forse, per come si prospetta la faccenda, sembra già farci rimpiangere Jack. Ma proviamo per un attimo a guardare la cosa da un altro punto di vista.  Forse era proprio per la spinta di Agrawal che Twitter attorno al 2017 (quando lo stesso ne era divenuto CTO) aveva subito quel drastico cambio di rotta, anche in coincidenza con l’arrivo di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

In una intervista del novembre 2020 a MIT technology Review, Agrawal sostiene apertamente che il compito di un social (…) non è quello di sostenere il primo emendamento, bensì quello di promuovere la pluralità di espressione, bloccando la disinformazione (…). L’allora CTO sostiene che quella, vista la domanda precisa del giornalista, (…)è anche stata la ragione principale che ha portato i vertici di Twitter a segnalare i tweets di Donald Trump come pura disinformazione(…).  La conversazione tra i due va avanti e tocca argomenti davvero importanti, come la definizione di dannoso, o violento, o disinformazione, tuttavia non importa addentrarsi molto nell’articolo  per avere un’idea dell’impostazione non proprio morbida di Agrawal.

Quel che è peggio è che Agrawal dal 2020 non ha affatto cambiato idea, anzi.  Ad oggi ha rinforzato le sue posizioni facendo tesoro della sua specializzazione in Intelligenza Artificiale per migliorare la capacità di controllare account e discussioni attraverso BOT creati ad hoc. Grazie a questi suoi nuovi controllori virtuali, ogni parola identificata dal sistema come “hate speech” o disinformazione attiva un campanello d’allarme che blocca la conversazione sul social dal proseguire, mandando un segnale all’autore del messaggio.

In un panorama come questo, forse Twitter non è proprio la piattaforma che si cerca se si ama la libera espressione e si rivendica il diritto di dire la propria per come garantisce la legge, evitando di cadere nelle maglie della censura, applicata per un qualunque motivo. Confesso che il cambio di vertice con l’uscita di Dorsey aveva restituito le speranze a molti di poter vedere l’account ufficiale restituito al ex presidente Donald Trump, che ormai da un anno ne chiede la riapertura ufficiale, appellandosi anche alla legge, con una mozione contro Twitter. Se con Jack era difficile, con Agrawal, l’impresa sarà ancora piu’ complessa. Ma si sa quanto Donald Trump ami le sfide, anzi le considera fortemente motivazionali per sè, e  se tutti si sarebbero dati per vinti, beh sicuramente non lui. Vedremo chi la spunterà.

MARTINA GIUNTOLI

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