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I sospetti sulla tachipirina: uno studio dell’Ateneo di Pavia boccia le cure domiciliari di Speranza

Insomma, gli interrogativi si decuplicano e alimentano dubbi e ricerca. L’ultimo studio in proposito, allora, è quello che un gruppo di ricercatori di diversi atenei italiani ha condotto, coordinato appunto da Pandolfi e Ricevuti. Un lavoro pubblicato sul Journal of medical virology e liberamente scaricabile da Internet (all’indirizzo https://tinyurl.com/ymh2bus5), fa sapere il quotidiano diretto da Belpietro. Una ricerca che ha ridefinito l’approccio e messo seriamente in discussione la validità del protocollo Speranza per le cure domiciliari, asserendo addirittura l’opposto di quanto fin qui prescritto.

La ricerca: «La tachipirina aumenta il rischio di evoluzione negativa del Covid»

Ossia, come riferisce La Verità: «La tachipirina aumenta il rischio di evoluzione negativa del CovidL’effetto del paracetamolo è quello di ridurre le scorte di glutatione, una sostanza naturale che agisce come antiossidante. La carenza di questa sostanza può portare a un peggioramento dei danni legati all’infiammazione causata dall’infezione da coronavirus. Il glutatione è il principale degli antiossidanti prodotti dall’organismo, che aiutano a combattere i radicali liberi. Una barriera naturale che non può mancare per mantenersi in buona salute. Ma che con il passare del tempo si indebolisce. Il Covid riduce ulteriormente questi antiossidanti e la tachipirina li butterebbe a terra».

«L’uso del paracetamolo per trattare a casa aumentato il rischio di ricovero per dispnea da polmonite interstiziale»

Dunque, nel mirino degli scienziati finisce proprio la tachipirina: l’ingrediente principale della ricetta Speranza sulle cure domiciliari. Addirittura, riferisce la ricerca della coppia di esperti italiana: «L’uso del paracetamolo per trattare a casa i sintomi lievi della Covid-19, in particolare negli anziani con comorbilità, ha notevolmente aumentato il rischio di ricovero per dispnea da polmonite interstizialeAdvertisinghttps://6dee4decd6de31e3faa3a88fc0529ef8.safeframe.googlesyndication.com/safeframe/1-0-38/html/container.html?n=0Advertising», aggiungono i ricercatori. «Aumentando così l’enorme preoccupazione di affollare le unità di terapia intensiva». Lo studio coordinato da San Matteo e dal titolo che già la dice lunga: Paracetamolo nel trattamento domiciliare dei primi sintomi della Covid-19: un possibile nemico piuttosto che un amico per i pazienti anziani?. Menziona e rielabora anche altre ricerche strutturate sugli stessi presupposti. E che, guarda caso, conducono al medesimo esito.

«Meglio altri infiammatori: come l’acido acetilsalicilico (Aspirina) o principi attivi come ibuprofene (Brufen) e altri»

Studi che risalgono addirittura al maggio 2020. E che vantano le autorevoli firme del professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, e di Fredy Suter, ex primario di malattie infettive all’Ospedale Papa Giovanni di Bergamo. Secondo i due prof e il loro lavoro svolto nella prima fase dell’epidemia, se la febbre non è l’unico sintomo che io pazienti contagiati accusano, è meglio ricorrere ad altri farmaci rispetto alla tachipirina. Anti-infiammatori come l’acido acetilsalicilico (Aspirina) o gli antinfiammatori non steroidei, i cosiddetti Fans: principi attivi come ibuprofene (Brufen), celecoxib (Celebrex), nimesulide (Aulin) e altri.

Il confronto terapeutico tra due gruppi di pazienti e tra tachipirina e altri antinfiammatori

Perché, se come detto in precedenza, il paracetamolo ha bassa influenza antinfiammatoria e diminuisce le scorte di glutatione. Viceversa – detta lo studio e riferisce La Verità – «il beneficio offerto dai Fans nel ridurre l’infiammazione potrebbe tradursi in una minore progressione della malattia». E a sostegno della loro teoria i due ricercatori, Remuzzi e Suter, hanno parametrato diagnosi e terapie di due gruppi di pazienti: il primo curato secondo la ricetta Speranza, cioè tachipirina e vigile attesa. E l’altro con i Fans. Ebbene, in questa ultima fascia di pazienti, si è registrata una riduzione del 90% sia dei giorni di ospedalizzazione. Sia dei costi sostenuti dal sistema sanitario.

Anche inserendo altri farmaci, la cura a base di tachipirina è rimasta come punto di riferimento…

Così, il 26 aprile, una ventina di giorni dopo l’uscita della ricerca condotta a quattro mani da Remuzzi e Suter, nelle linee guida della sanità pubblica sono stati inseriti anche gli antinfiammatori non steroidei. Ma non in sostituzione del paracetamolo: la tachipirina è rimasta saldamente in sella. Dunque, viene da chiedersi: quanti ricoveri, e quanti decessi, sarebbero stati evitati disattendendo le indicazioni di Speranza e del governo? E ancora: a quanto ammonta l’eccesso di paracetamolo utilizzato nel mercato sanitario per curare a casa i sintomi del Covid? Ai posteri. E a ulteriori studi, l’ardua sentenza…



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