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La sicurezza e la privacy su internet, fino ad oggi, era stata garantita dall’uso crittografia a chiave pubblica: un sistema a doppia chiave, una pubblica e una privata. Inviando un’email, ad esempio, crittografata con questo sistema, il messaggio inviato sarà cifrato utilizzando la chiave pubblica ma potrà essere letto solo dal possessore della chiave privata. Una spiegazione semplificata che comunque rende l’idea del sistema che ha protetto da occhi indiscreti comunicazioni che si voleva mantenere riservate.

L’avvento dei computer quantistici, ci hanno detto, avrebbe potuto rendere inefficace il sistema a doppia chiave: la loro potenza di elaborazione sarebbe stata capace di violare in poco tempo la chiave privata rendendo sterile tutto il sistema.

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, aveva dichiarato che  “il quantum computing rientra tra le priorità dell’Unione”  manifestando il sostegno allo sviluppo in tale ambito: l’Unione tra l’altro ha messo a disposizione un miliardo di dollari da impiegare entro i prossimi dieci anni in questo ambito.

Il motivo della frenetica “corsa” alla supremazia nel campo del quantum computing, è riassunto nelle parole che Mike McCaul, politico statunitense e membro dell’American Enterprise Institute, pronunciò nel 2018:  “Ritengo che qualunque super-potenza raggiunga in anticipo sulle altre tale traguardo, si doterebbe della prima bomba nucleare digitale”.

Il NIST, l’ente statunitense preposto alla definizione degli standard di crittografia, ha quindi iniziato ad esaminare e rilasciare una serie di algoritmi per la crittografia post-quantistica: SIKE, uno dei quattro esaminati , è stato violato nel giro di un’ora da un processore vecchio più di 8 anni.

E’ bastato uno Xeon, un processore di Intel basato sulla vecchia architettura x86, non di concezione quantistica, a rompere l’algoritmo di cifratura che invece avrebbe dovuto resistere agli attacchi dei nuovi elaboratori.

Alcuni ricercatori dell’Università di Leuven hanno dimostrato come l’utilizzo del sistema matematico, sia non in competizione, ma alternativo a quello quantistico.

I fenomeni quantistici  non rispecchiano ciò che per noi è la normalità, la “logicità” dello scorrere degli eventi, basato sulla matematica.

Per questo la fisica quantistica, a cui molti teorici del transumanesimo digitale affidavano, ipoteticamente, il futuro delle prossime generazioni, in realtà è quanto di più lontano dal normale vissuto quotidiano.

Smentito quindi il vantaggio quantistico, manifesto di coloro che, passando dalla digitalizzazione della vita, vorrebbero che, con il progredire di questa nuova scienza, a trarne giovamento, potesse essere l’Intelligenza Artificiale, alternativa a quella umana.

Sembra che i promotori “del nuovo a tutti i costi” abbiano, ancora una volta, fatto il passo più lunga della gamba: Non è il primo caso infatti  in cui algoritmi quantistici vengano violati.

A febbraio era toccato a Rainbow, che era considerato fra i favoriti ed era già stato adottato, molto prematuramente, anche per alcune blockchain. Troppo prematuramente visto che sulle blockchain si basano ad esempio strutture come il Green Pass.

Se quindi la speculazione economica interviene nella vita privata dei cittadini, la domanda inevitabile è: a chi affidiamo i nostri dati personali? Ma soprattutto davvero queste nuove tecnologie, per quanto promettenti, possono garantire un miglioramento tangibile della vita reale? 

Coloro che pretendo di avere in mano la soluzione ai problemi, che hanno in mano il nostro futuro, non sembrano avere le idee molto chiare.

ANTONIO ALBANESE

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