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Addio anche al petrolio russo. Il 5 dicembre nell’Ue entrerà in vigore il tetto di prezzo e la Russia non ce lo venderà più.

Sarà un’altra batosta per l’economia italiana ed europea, a meno che Grecia, Malta e Cipro non infilino all’ultimo momento moltissima sabbia fra le ruote con lo scopo di salvaguardare gli interessi delle attività nazionali legate ai servizi per la navigazione.

Potrebbero farlo domani, mercoledì 23 novembre 2022, quando il G7 annuncerà l’ammontare del tetto e l’Ue darà gli ultimi ritocchi alla sua legislazione in proposito.

Applicano il tetto l’Ue, il G7 e l’Australia. Vietato importare petrolio russo (ne è esonerata l’Ungheria, che ha difeso con le unghie i suoi interessi), a meno che la Russia non lo venda al di sotto di un determinato importo. Vietato anche offrire assicurazioni e certificazioni (sono indispensabili per navigare) alle petroliere che trasportano petrolio russo venduto al di sopra del tetto.

Grecia, Malta e Cipro perderanno dei clienti. Hanno ottenuto delle contropartite in cambio dell’adesione al tetto. Non è detto tuttavia che non cerchino di ottenerne anche altre. E per questo gli ultimi ritocchi alla legislazione Ue non si annunciano indolori.

In traduzione:

Il G7 è pronto ad annunciare mercoledì il tetto di prezzo, ma Paesi come Cipro, Malta e la Grecia temono danni per le loro attività marittime.

La  Russia, terzo produttore mondiale di petrolio, ha già trovato da tempo il modo per dribblare il rifiuto occidentale di servire servizi alle sue petroliere e ha ripetuto più volte che non darà neanche una goccia di petrolio ai Paesi che applicheranno il tetto di prezzo. Ha minacciato addirittura di ridurre la produzione. Dal canto suo l’Opec, l’associazione dei Paesi produttori di petrolio, ha smentito la voce diffusa dal prestigioso Wall Street Journal di voler aumentare la produzione per controbilanciare.

Fra i Paesi che hanno deciso di applicare il tetto di prezzo al petrolio russo, non sono autosufficienti solo il Giappone e l’Ue. Il Giappone importa il grosso dall’Arabia Saudita. Il fornitore storico dell’Ue invece è la Russia. Sebbene ultimamente gli acquisti di petrolio russo si siano ridotti, non risulta che l’Ue abbia abbia trovato un fornitore alternativo.

Così, quando il 5 dicembre la Russia chiuderà i rubinetti, rimarranno in braghe di tela gli impianti chimici che usano il petrolio e le raffinerie. Le braghe di tela europee diventeranno ancor più sottili all’inizio di febbraio. In quel momento entrerà infatti in vigore anche il divieto di importare dalla Russia prodotti petroliferi raffinati, come benzina e carburanti.

Nessuno sa cosa accadrà al petrolio il 5 dicembre, non solo in Europa ma nel mondo intero. Cina e India, ultimamente principali acquirenti di petrolio russo, a quanto si sa finora dovrebbero semplicemente continuare a comprarlo con lo sconto, come hanno fatto finora, senza però applicare alcun tetto.

Tuttavia la prevedibile scarsità di petrolio in Europa potrebbe causare un’impennata del prezzo. Forse causerà anche il replay di quello che si è visto con il gas. Ovvero, un’Europa che risucchia tutto ciò che di non-russo è disponibile, impedendo di fatto ai Paesi poveri di affacciarsi sul mercato per rifornirsi a loro volta.

Secondo le anticipazioni, il tetto verrà fissato attorno ai 60 dollari al barile. Ora il prezzo del petrolio sui mercati internazionali è di 93 dollari al barile circa.

Lo scopo del tetto, nelle intenzioni, è limitare gli introiti della Russia senza però toglierle la convenienza ad esportare petrolio, affinché la disponibilità globale del petrolio stesso non si riduca. Il tetto sarà infatti superiore, dicono i G7, al costo di produzione. Ma un sistema del genere può funzionare solo se la Russia lo accetta: cosa che non avverrà.

GIULIA BURGAZZI





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