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Fanno impressione, le parole del generale Marco Bertolini intervistato da Francesco Toscano sull’invio occidentale di tank pesanti all’Ucraina: anziché cercare un punto fermo dal quale necessariamente partire per arrivare prima o poi a una soluzione, il veleno della guerra – mai ufficialmente dichiarata in modo esplicito – inquina ogni espressione verbale pubblica, con i politici improvvisamente ridotti a discettare di amenità tecniche come gli armamenti più o meno decisivi da spedire al fronte, come se fossero pratiche di ordinaria amministrazione. Un’escalation inquietante in quanto strisciante, che prelude alla richiesta (apocalittica, a quel punto) dell’invio diretto di truppe anche italiane sul terreno?

Era il 25 febbraio del 2003 quando Roma, alla vigilia della Seconda Guerra del Golfo, fu invasa da due milioni di persone: la più grande manifestazione, al mondo, contro l’imminente invasione dell’Iraq voluta dal regime di Bush, come prescritto dall’agenda mortale dei Neocon. All’epoca, era ancora percepibile qualche scampolo di Europa: la Francia di Chirac e la Germania di Schroeder rifiutarono di prendere parte all’aggressione. E in Vaticano, Wojtyla spendeva tutto il suo carisma per cercare di scongiurare la catastrofe umanitaria, da cui poi – persino nel dopoguerra – sarebbero nate anche le peggiori atrocità: le torture di Abru Ghraib (con le denunce costate carissime ad Assange) e soprattutto il brodo di coltura dei futuri tagliagole targati Isis.

L’ASSEDIO ALLA RUSSA, LE PROMESSE TRADITE DALLA NATO

Al netto dei sospetti di chi accusa Gorbaciov di collaborazionismo sotterraneo nell’aver sostanzialmente minato il precario, residuo futuro dell’Urss, non si possono dimenticare due fatti epocali, emersi nel fatidico 1989: da un lato l’emozione universale per il crollo del Muro di Berlino (la speranza di vivere, da allora in poi, in un mondo senza più reticolati e missili atomici), e dall’altro la solenne promessa fatta ai russi, cioè il divieto di far avanzare di un solo metro la Nato verso est. Promesse che la Nato ha tradito e che gli europei hanno dimenticato: ma non i russi. Loro ce l’hanno alle porte di casa, il problema; non per niente sostengono Putin e gli obbediscono, quando viene loro spiegato che a essere in gioco è l’integrità nazionale della patria e la stessa sopravvivenza della Russia come sistema-paese e come potenza di primo livello su scala mondiale.

Dalla sua nascita, la Federazione Russa ha evitato quasi sempre di portare le sue forze armate oltre i confini. L’ha fatto solo e sempre per difendere interessi vitali: nel 2008 è intervenuta nel Caucaso per proteggere l’Ossezia del Sud dopo che la Georgia – passata con gli Usa – ne aveva bombardato la capitale facendo strage di civili. E poi nel 2015 è scesa in campo in Siria, visto che la “comunità internazionale” assisteva senza muovere un dito alle prodezze dei macellai dell’Isis, giunti ormai alle porte di Damasco. Rimasti immobili in Libia di fronte alla demolizione operata a freddo dalla Nato, in Siria i russi non potevano non intervenire: per Putin, “battezzato” al suo esordio con l’opaco affondamento del sommergibile Kursk nelle acque artiche del Mare di Barents, proprio la Siria deve esser stato lo scomodissimo Rubicone da varcare.

MORTIFICARE PUTIN, CHE VOLEVA LA PACE

Tutto voleva, Putin, fuorché la guerra e l’ostilità con l’Occidente: l’ha detto e ripetuto in mille modi, fino alla nausea. A una condizione, però: amicizia alla pari, non sottomissione. L’ultima spettacolare apertura la offrì in occasione dell’aggiudicazione delle Olimpiadi Invernali di Sochi: una mano tesa a cui Obama rispose con sinistra freddezza. Infatti la Casa Bianca aveva in programma tutt’altro film: il golpe di Maidan a Kiev, la strage nazista di Odessa, i bombardamenti sui civili nel Donbass. La proverbiale pazienza russa ha dilatato oltre ogni misura la sua già leggendaria magnitudine: come tutti sanno, il Cremlino si è sforzato fino all’ultimo di arrivare – con gli accordi di Minsk – a una messa in sicurezza delle frontiere, senza dover ricorrere alle maniere forti. La risposta degli Usa? La solita: le pressioni su Kiev per chiedere l’adesione alla Nato, violando quindi consapevolmente l’unica “linea rossa” stabilita da Mosca.

Come si arriva, a tutto questo? Con la morte clinica della politica, dopo aver ridotto la democrazia a una specie di farsa grottesca. Grande obiettivo storico: la cancellazione dell’opinione pubblica, depistata da un “mainstream media” al quale – dopo l’11 Settembre – è stato letteralmente impedito di dire la verità, trasformando la narrazione dei fatti in un racconto reticente e omertoso, condiviso tra complici, a scapito di lettori e telespettatori. Vent’anni di menzogne totalitarie, spacciate per unica verità possibile. Per questa via, si è arrivati al capolavoro distopico dell’ultimo triennio: la popolazione occidentale ha accettato senza fiatare il lockdown e le peggiori discriminazioni, senza più accorgersi – in tempo utile – di quanto stesse avvenendo.

IL VELENO DEI MEDIA E IL SONNO DELL’OPINIONE PUBBLICA

Come l’avrebbero presa, i due milioni di italiani pacifisti che sfilarono a Roma giusto vent’anni fa, una bella notizia come l’adozione obbligatoria del Green Pass? Persone comuni, scese in piazza per gridare una verità elementare: la guerra non è accettabile, perché degrada l’essere umano e crea vortici di odio che poi è difficile spegnere. Ebbene: dove sono finiti, tutti quegli italiani? Quanto tempo occorre, ancora, prima che spengano il televisore? Gli analisti geopolitici avvertono: oggi il pericolo è reale, perché l’impero anglosassone è in declino e quindi spara le sue ultime cartucce, muove apertamente guerra alla Russia e nel frattempo stringe l’Europa nella sua morsa. I russi naturalmente non sono soli: sanno di avere virtualmente alle spalle, oltre alla Cina, qualcosa come i tre quarti del mondo. Il futuro, in altre parole, sembra essere dalla loro parte.

C’è poi un’altra cosa che i russi sanno, e non è edificante: sono consapevoli del fatto che la loro relativa tranquillità strategica dipende dal possesso dei nuovissimi missili ipersonici, tecnicamente “imparabili”. Il che non è il massimo, per un’umanità come quella che nel 1989 pensava davvero di essere alla vigilia di un sogno: poter vivere in un mondo unito e concorde; magari pieno di problemi, ma tutti risolvibili grazie a una politica ispirata da grandi ideali. Che ogni eccessivo ottimismo fosse fuori luogo lo intuì da subito il grande Primo Levi, liberato dai sovietici nel 1945: dietro all’avanzata parallela dell’esercito statunitense vide, già allora, anche una preoccupante volontà di dominio, da imporre ai rottami dell’Europa in macerie. Ben diverse le emozioni che provarono i soldati, americani e russi, quando si ricongiunsero sulle rive dell’Elba. Si abbracciarono e piansero di gioia, in quel memorabile 25 aprile. Parlavano in inglese e in russo, ma si capivano benissimo. Perché volevano la stessa cosa: un mondo senza più guerre.

GIORGIO CATTANEO



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