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Se nel 1992, alla vigilia di Mani Pulite, ci avessero detto che avremmo rimpianto Andreotti, Cossiga e Craxi ci saremmo fatti una grassa risata: all’epoca per tutti Andreotti era l’ “eminenza grigia” dietro tutti i misteri italiani, Cossiga quello degli infiltrati nei cortei e Craxi il ladrone. Oggi per molti Andreotti è simbolo dell’intelligenza politica e diplomatica, Cossiga quello che ci ha messo in guardia contro il “vile affarista” Draghi e Craxi il difensore della sovranità nazionale a Sigonella.

E questo si sente anche alla morte di Ciriaco De Mita, “l’intellettuale della Magna Grecia” come lo definì l’avvocato Agnelli. I giornali oggi si sperticano in elogi, chiamandolo “innovatore” (se negli anni 80 qualcuno lo avesse chiamato così sai le risate. Pareva tutto meno che un innovatore) oppure contrapponendolo ai cattivissimi “populisti” paragonandolo a Berlinguer e si sorvola sulla cosa per la quale l’intellettuale della Magna Grecia era noto: l’Irpiniagate.

E’ comunque un sentimento oramai abbastanza diffuso quello del rimpianto della famigerata “Prima Repubblica”. Quando Ciriaco De Mita si scontrò con Matteo Renzi sul referendum costituzionale una gran parte dell’opinione pubblica stava con il vecchio relitto della Prima Repubblica contro il giovane rottamatore.

Perché questo fenomeno?

“Sono di media statura ma non vedo giganti attorno a me” diceva Andreotti. Perché De Mita, alla veneranda età di 294 anni, continuava a essere eletto sindaco del suo paese natale, Nusco? Perché pare abbia amministrato bene. E perché ha amministrato bene? Perché, con tutti i loro difetti, questi anziani “figuri” della Prima Repubblica, sapevano far politica.

Dopo la fine della Prima Repubblica abbiamo assistito prima al fallimento del berlusconismo, poi del grillismo e ora stiamo assistendo al fallimento del draghismo. In particolare il grillismo aveva posto tutta la sua fortuna su una battuta su Craxi, ha visto crollare il suo modello a causa della mancanza di cultura politica e di mestiere politico, cose nelle quali i De Mita e gli Andreotti eccellevano. Il fallimento del draghismo è un misto di culto della persona e di mancanza di cultura della diplomazia, quando tutti ricordano come Andreotti mai ha querelato chi lo attaccava e aveva la capacità di mantenere rapporti con Paesi invisi all’ “amico americano”: sappiamo tutti che coi famigerati democristiani oggi probabilmente noi avremmo un canale aperto con Putin e molto meno problemi di gas e grano, e certamente un piano di pace presentato da un De Mita o un Andreotti non sarebbe stato bocciato come quello presentato da Di Maio ai russi.

Quindi si arriva anche al paradosso di rimpiangere persino De Mita. Erano tutt’altro che perfetti, avevano difetti grandi come palazzi, ma avevano cultura e sapevano far politica e diplomazia, non erano degli improvvisati. Il rimpianto c’é non perché ci siamo accorti che fossero dei giganti della politica in senso assoluto, ma che rispettio ai Draghi, ai Di Maio e agli Speranza appaiono come tali

ANDREA SARTORI

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