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Il World Economic Forum (WEF), l’influente organizzazione internazionale privata che riunisce l’élite economica mondiale, non lascia nulla al caso e per questo all’interno del proprio progetto di grande ristrutturazione sociopolitica della realtà – nota come “Grande reset” – che ha promosso negli ultimi anni, non poteva di certo mancare l’attenzione all’ambito dell’istruzione. Dopo il tentativo, in parte riuscito, di indirizzare le politiche sanitarie globali, infatti, il forum di Davos ha deciso che è arrivato il momento di ripensare la formazione delle nuove generazioni attraverso l’uso di modalità e strumenti più consoni alla cosiddetta «occupabilità». L’attenzione delle oligarchie finanziarie verso l’ambito formativo non è di certo nuova: da sempre le classi dominanti si preoccupano di foggiare i lavoratori del futuro in base agli standard da esse stesse stabiliti plasmando le future generazioni di lavoratori e dirigenti secondo precisi criteri e ideologie prettamente attinenti all’economicismo. Su questa scia, il WEF ha recentemente presentato un nuovo modello educativo “alternativo” per il futuro, chiamato Nuova istituzione educativa (NEI, Nuova Istituzione Educativa) che, come si legge sul sito del Forum, «descrive un modello alternativo per l’istruzione di maturità in campi come l’informatica e il business».

Secondo il WEF, l’istruzione va riformata in quanto si trova intrappolata in due situazioni paradossali: da un lato, i datori di lavoro esprimono sempre più preoccupazione circa la distanza tra istruzione e occupabilità; dall’altro, il costo dell’istruzione superiore sta crescendo rapidamente. Una tendenza visibile soprattutto negli Stati Uniti, ma che avviata anche in Europa. Il che significa che, a fronte di una spesa pubblica consistente in quest’ambito, non si registrano vantaggi per il cosiddetto mondo del lavoro. Di conseguenza, gli imprenditori fanno meno affidamento sulla formazione universitaria e ricercano percorsi educativi alternativi. Tra questi ultimi rientra anche quello proposto dal Forum di Davos, ossia il NEI. Da ciò si evince che l’istruzione è vista sempre più come preparazione al lavoro da cui scompaiono o diventano molto marginali lo sviluppo del senso critico, la formazione culturale personale e l’ambito teorico per privilegiare la dimensione pratica. L’obiettivo del WEF è presto detto: sfornare “macchine” – formate su precisi modelli curricolari prefissati – da dare in pasto alle aziende, predisponendo modelli educativi che sono nient’altro che un ponte verso il paradigma liberal-capitalista del lavoro.

In questa tipologia di insegnamento non può mancare la componente digitale, informatica e di business e la didattica viene quindi pensata all’insegna di questi elementi, realizzando quelli che vengono definiti «cambiamenti strutturali, pedagogici e curriculari per una nuova istituzione educativa concettuale». I pilastri della “nuova scuola” del WEF sono essenzialmente due: le cosiddette aula ribaltata (letteralmente classi rovesciate) e la collaborazione con organizzazioni esterne quali aziende, laboratori, musei, altre università e organizzazioni internazionali come il Fondo monetario internazionale e le Nazioni Unite. Nelle classi rovesciate, le tradizionali lezioni frontali vengono sostituite con lezioni online fruibili individualmente da casa e le lezioni in presenza sono, invece, dedicate solo a discussioni, risoluzione dei problemi e laboratori. Ciò in vista del fatto che sparisce la preparazione accademica per lasciare spazio esclusivamente a quella pratica e, di conseguenza, le lezioni online sono viste solo come preliminari alla loro componente pragmatica. Per quanto riguarda le partnership con le aziende, esse saranno «centrali nella nuova istituzione educativa». Nelle partnership, «i dipendenti qualificati delle aziende saranno invitati a trascorrere anni sabbatici presso NEI, e la facoltà NEI sarà incoraggiata a prendere anni sabbatici presso queste istituzioni». Il curriculum quadriennale del piano di studio sarà suddiviso in undici trimestri, di cui quattro dedicati alla collaborazione con organizzazioni esterne.

I corsi sono organizzati in quelle che vengono definite «sequenze di credenziali»: cinque o sei sequenze di credenziali costituiscono «un grado» e ogni credenziale ha un valore indipendente all’interno del grado, di modo che se uno studente non completasse il grado avrebbe comunque delle «micro credenziali». Questo – secondo i fautori del nuovo approccio educativo – dovrebbe superare il problema dell’abbandono scolastico. «Una sequenza sull’intelligenza artificiale può contenere corsi di algebra lineare, calcolo, apprendimento automatico, etica e scienze sociali. Le sequenze saranno insegnate da gruppi multidisciplinari di istruttori, utilizzando materiale online anziché lezioni e concentrando il tempo di persona sul vero apprendimento, sulla contestualizzazione e sulla rilevanza nel mondo reale», viene spiegato sul sito.

Se da un lato, alcuni approcci del NEI potrebbero avere dei vantaggi, dall’altro con essi la scuola modellata sulle esigenze di aziende, multinazionali e istituzioni transnazionali è servita: l’istruzione perde il suo ruolo di formazione teorica e culturale per piegarsi alle logiche aziendali. Progetto che ha già preso il via in Italia con un’iniziativa simile, quella dei licei TED (Transizione ecologica e digitale), volta a ripensare l’istruzione in funzione della Quarta Rivoluzione industriale, promossa sempre dal fondatore del WEF, Klaus Schwab. Così, la trasformazione del mondo auspicata a Davos prende sempre più forma, includendo inevitabilmente anche l’istruzione, fondamentale per garantirsi l’obbedienza, il consenso e la collaborazione delle nuove generazioni, plasmate sulle esigenze del nuovo capitalismo ipertecnologico.

[di Giorgia Audiello]

Un commento: Il loro disegno : “Sfornare “macchine” .. per garantirsi l’obbedienza, il consenso e la collaborazione”.

FONTE https://www.lindipendente.online/2022/11/25/il-world-economic-forum-presenta-il-proprio-disegno-per-la-scuola-del-futuro/

Gli studenti della scuola più ambita della Silicon Valley non toccano un computer, un iPad o lo smartphone fino alla fine delle medie. La cosa più curiosa è che questi ragazzi sono in gran parte figli di ingegneri o manager impiegati nelle più famose aziende tecnologiche del mondo, dalla Apple a Google. Gente che vive di computer e gadget, ma è determinata a tenerli il più a lungo possibile fuori dall’esperienza educativa dei propri figli. Questo miracolo, o quest’assurdo spreco di risorse, avviene nella Waldorf School of the Peninsula, ed è finito sulle pagine del “New York Times”. Tutto comincia nella Germania del primo dopoguerra, dove il filosofo Rudolf Steiner, fondatore dell’antroposofia,

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