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Il popolo non vota, lotta”, questa scritta a caratteri cubitali campeggiava sul muro di cinta della palazzina in cui abitavo da bambino, accompagnata da falce e martello, simbolo di quel Partito Comunista dalla cui decomposizione post mortem è nato il PD. Ora a tanti anni di distanza sembra che quelle poche parole assumano un senso profetico.

I ballottaggi di ieri, che hanno visto un vero trionfo dell’astensione sembrano confermarlo. Il sistema mediatico ed il potere profondo festeggiano lo scampato pericolo, ma per certi versi i risultati elettorali di ieri appaiono ben più preoccupanti , per la solidità del sistema, di quelli in cui le forze “populiste”, come il 5 selle e la Lega,  stravincevano le elezioni.

Nonostante i proclami trionfalistici, infatti, il consenso per le forze politiche espressamente pro sistema, come il PD, continua a diminuire, ma il crollo verticale dei partiti fintamente antisistema consente ai dem e ai loro alleati di spuntarla alla grande in tutte le principali competizioni.

Prendiamo Roma, dove si è utilizzato ogni mezzo per avvantaggiare il blocco di centrosinistra. Il PD ha candidato un suo uomo di punta, l’ex ministro dell’economia Gualtieri e contemporaneamente si è messa in atto una gigantesca operazione, che ha visto la stretta collaborazione dei servizi e dei media , per creare un ridicolo allarme su una possibile deriva neofascista. Ma non è dal voto dei cittadini preoccupati per la tenuta democratica che è scaturita la vittoria dei dem, quanto piuttosto dal non voto di quanti rifiutano gli attuali assetti di potere.

Il 60% dei romani ha disertato le urne, la minoranza che ha votato ha assegnato il 60% delle preferenze a Gualtieri e il 40% a Michetti. Dunque appena il 25% degli aventi diritto ha legittimato con il suo voto il nuovo sindaco che, con involontaria comicità, afferma che sarà il sindaco “di tutti i romani”, nonostante il 75% degli aventi diritto non lo abbia votato.

Come se non bastasse i voti per Gualtieri arrivano prevalentemente dalle zone centrali e ricche della capitale, mentre nelle periferie il risultato del PD e degli alleati non arriva neppure al 20%.  Emblematico il caso del VI municipio (quello delle famigerate torri)  dove appena il 30% degli elettori ha votato.

Le ragioni dell’astensione sono spiegate in maniera chiarissima da una frase dell’attuale presidente del Consiglio Mario Draghi che in una conferenza stampa del 2013 rassicurava la stampa internazionale sul fatto che l’avanzata delle forze “antisistema” non avrebbe modificato le politiche economiche italiane perché il Paese aveva “il pilota automatico”.

Le scorse politiche hanno visto il trionfo dei partiti che si dichiaravano (e venivano raccontati) come antisistema, ma che arrivati al governo hanno mostrato di non essere disposti a sfidare il potere profondo per disattivare quel pilota automatico e consentire, come democrazia impone, che sia il popolo a decidere la direzione da far prendere al Paese. Successivamente le forze “populiste” sono tornate alle vecchie alleanze con i partiti governisti (PD per il M5S, Forza Italia per Lega e FdI) e hanno appoggiato il golpe che ha mandato a Palazzo Chigi il banchiere, Mario Draghi.

Se dunque votare non cambia la situazione e la vittoria delle forze che si dichiarano sovraniste e no euro coincide con l’arrivo al governo di un banchiere  che dell’internazionalismo e della difesa dell’euro ha fatto la sua bandiera, che senso ha recarsi alle urne?

Qualcuno penserà, a ragione, che il sistema non si preoccupi dell’astensione e che anzi il disinteresse verso la politica della maggioranza dei cittadini sia un vantaggio per il potere, ed è vero, se non fosse che alle urne vuote corrispondono le piazze piene.

Ieri in Italia abbiamo assistito a una vera e propria rivolta, repressa dalle forze dell’ordine con estrema brutalità, che prosegue ed è destinata a crescere.

Trasformare questa sacrosanta ribellione in un processo di autentica partecipazione politica del popolo è il gravoso compito di tutti. Nel frattempo, in attesa di avere la possibilità di sostenere nelle urne una forza politica credibile ed autenticamente popolare e costituzionale, il popolo non vota, lotta.

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