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Trova spazio anche sul Financial Times l’indebolimento dell’ordine economico e commerciale globale imperniato sul ruolo dominante del dollaro e degli Stati Uniti. L’articolo pubblicato lo scorso venerdì 20 gennaio 2023 dal quotidiano finanziario porta la firma di Zoltan Pozsar, responsabile della strategia a breve termine per i tassi di interesse al Credit Suisse.

Il senso è il medesimo del requiem per il petrodollaro recitato dall’Arabia Saudita: la presa d’atto  – se non proprio del tramonto di un mondo unipolare – almeno del “grande conflitto di poteri” che, come recita il titolo del Financial Times, minaccia “l’esorbitante privilegio” del dollaro.

Si potrebbe aggiungere che la Terza guerra mondiale è in corso proprio per difendere questo esorbitante privilegio. Gli Stati Uniti infatti finanziano il loro deficit commerciale grazie agli scambi internazionali regolati in dollari. Si tratta tuttavia di una considerazione situata al di fuori dell’ottica in cui l’articolo del Financial Times è scritto. Dato il pulpito dal quale viene la predica, l’articolo consiste infatti in un messaggio rivolto agli investitori e non in un’analisi geopolitica.

I FATTORI DEL TRAMONTO DEL DOLLARO

Pozsar identifica vari fattori all’interno della miscela che mette in pericolo “l’esorbitante privilegio” del dollaro. Innanzitutto, al di fuori del cosiddetto Occidente un numero crescente di scambi commerciali internazionali utilizza valute diverse dal dollaro.

A questo proposito, nell’ultimo anno, Cina e India hanno pagato le materie prime russe in renminbi cinesi, rupie indiane e dirham degli Emirati Arabi Uniti. L’India ha lanciato un meccanismo per l’impiego delle rupie nelle sue transazioni internazionali. La Cina ha chiesto ai paesi del Golfo Persico di regolare in renminbi gli scambi di petrolio e gas nei prossimi tre-cinque anni.

Inoltre – ed è il secondo fattore – le banche centrali si stanno sempre più attrezzando per effettuare transizioni senza utilizzare né il dollaro né il sistema finanziario occidentale.

Infine, terzo fattore: i surplus di Russia, Cina e Arabia Saudita hanno raggiunto livelli record. I forzieri sono pieni di denaro. Tuttavia il denaro – è la sostanza di quel che scrive il Financial Times – non prende più le vie tradizionali che portano al dollaro nello stesso modo in cui, secondo il proverbio italiano, tutte le strade portano a Roma. Piuttosto, questi Paesi investono in oro. Acquistano materie prime. Fanno investimenti geopolitici.

COME REAGIRANNO GLI STATI UNITI?

C’è una cosa che il Financial Times non si domanda, e cioè fin dove potrà arrivare la reazione statunitense. Gli Usa prevedibilmente cercheranno in ogni modo di difendere il ruolo del dollaro e di rabberciare le crepe che minano il trono dall’alto del quale essi regnano sulla globalizzazione.

Il divenire dell’economia e dei rapporti di forza che essa esprime non si governa e non si indirizza puntandogli contro un fucile. Ma il mondo sta affrontando il rischio che si faccia ricorso anche a un pericoloso sistema del genere per puntellare un barcollante trono. Ed è un rischio tremendo.

GIULIA BURGAZZI



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