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Gli psicoanalisti italiani sono preoccupati per l’utilizzo di farmaci che bloccano la pubertà su minori cui viene diagnosticata la disforia di genere.

In data 12 gennaio 2023 il presidente della Società psicoanalitica italiana (Spi) ha pubblicato un comunicato sul sito dell’ente in merito: il dottor Sarantis Thanapulos ha scritto una lettera indirizzata al ministro della Salute Orazio Schillaci esprimendo i propri dubbi e perplessità sull’utilizzo di tali farmaci.

Torna così al centro il dibattito sull’identità di genere nei più giovani e sulla necessità di aprire un dialogo franco con le istituzioni e tra gli esperti per esaminare la questione e concordare linee guida che tengano conto della delicatezza del tema.

Già nel luglio 2018 si era espresso in merito il Comitato nazionale di bioetica (Cnb). L’ente aveva dato il proprio parere affermativo all’utilizzo off-label della triptorelina, per rispondere ad un preciso quesito di Aifa.

La motivazione della scelta era basata soprattutto sul fatto che gli adolescenti affetti da disforia di genere, si legge nei documenti del Cnb, sono frequentemente affetti da altre patologie psichiatriche e disturbi dell’emotività.

Si parla anche esplicitamente di autolesionismo ed elevata incidenza di suicidio.

La questione sembrava chiusa, quindi, ma evidentemente non era così. E non si poteva pensare che fosse così.

LE CRITICHE DEGLI PSICOANALISTI ALL’USO DEI FARMACI

Oggi la Società psicoanalitica italiana secondo la disamina dei propri esperti porta sul piatto della bilancia anche una serie di controindicazioni al trattamento con il farmaco.

Sicuramente si deve fare attenzione a fare una diagnosi di “disforia di genere” in età prepuberale vista l’età dei soggetti. Lo sviluppo dell’identità sessuale è in quella fase assolutamente in evoluzione. Se poi si pensa che solo una parte minoritaria dei ragazzi “momentaneamente” affetti da tale condizione ha poi confermato la diagnosi in età adulta, questo fa capire quanto la cautela sia d’obbligo.

Inoltre, se ci si pensa bene, interrompere la pubertà equivale a non lasciare che il soggetto maturi pienamente la sua definizione identitaria. Anche solo sospendere il processo non equivale a risolvere la questione, ma solo a metterla in stand by.

La maturazione identitaria della persona inevitabilmente passa attraverso una serie di eventi psicosessuali che si verificano proprio nell’adolescenza. Questa diviene quindi una fase critica, come d’altronde lo è già per molti giovani, che però deve essere vissuta e non cancellata.

Infine, il presidente di Spi ha invitato alla cautela nell’utilizzo dei farmaci attualmente proposti nella terapia. Così si è espresso a tal riguardo:

La sperimentazione in atto elude un’attenta valutazione scientifica accompagnata da un’approfondita riflessione sullo sviluppo psichico e suscita forti perplessità.

LE REAZIONI ALLA LETTERA

La lettera di Thanapulos ha scatenato un vespaio, soprattutto da parte della Società italiana di psichiatria (Sip). La presidente di Sip, Emi Bondi, in particolare, ha molto probabilmente letto i dubbi di Spi come possibili derive ideologiche.

La stessa Bondi rassicura:

La rilevanza del tema in oggetto ha indotto la Società italiana di psichiatria ad istituire di recente una commissione dedicata alla disforia di genere e alle problematiche ad essa connesse per le quali è prevista un’accurata revisione scientifica dello stato dell’arte a livello internazionale e una valutazione delle implicazioni cliniche che ne derivano, che verranno comunicati e diffusi appena disponibili.

La Società italiana psichiatria sottolinea che esistono conquiste personali come ad esempio la libertà di scelta individuale che si intersecano con aspetti giuridici ben precisi. Secondo la Sip le polemiche degli ultimi anni, che derivano sostanzialmente da sterili prese di posizione ideologiche, contravvengono a quelle conquiste.

Sempre a parere della presidente di Sip, l’unico rischio da non correre è che i trattamenti proposti siano irreversibili. Tuttavia, se ci si attiene ad una procedura di analisi corretta sul soggetto, i rischi sono maggiori dei benefici, visto che il rischio maggiore è il suicidio. L’analisi corretta consisterebbe nell’approccio multidisciplinare e nella personalizzazione della valutazione.

Anche David Lazzari, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi, si è espresso a riguardo.

Ecco le sue parole in merito:

Della disforia di genere si occuperà la prossima seduta del Consiglio nazionale dell’Ordine. Mi preme però sottolineare che su questi temi bisogna evitare dibattiti e polemiche di tipo ideologico o politico. Il richiamo ad evitare estremizzazioni o posizioni meramente ideologiche, oltre ad essere doveroso per chi si occupa di salute, serve anche a tutelare tutti i soggetti interessati al problema, che già si trovano in genere a vivere situazioni di forte disagio, spesso senza poter contare su contesti adeguati di supporto e sostegno.

Ma la Società psicoanalitica italiana non è sola nei suoi dubbi e nella sua missione.

L’associazione di femministe Radfem appoggia in pieno lo sgomento e la richiesta di chiarimenti della Spi.

Così si esprime Radfem:

Da anni noi femministe gender critical lottiamo contro lo scandalo della medicalizzazione dei bambini nel nome dell’identità di genere. E da anni veniamo bollate come fasciste, reazionarie, bigotte. Oggi finalmente una società scientifica accreditata italiana, la Società psicoanalitica italiana (Spi), prende posizione, unendosi a noi nel lanciare un grido di allarme: l’uso di bloccanti della pubertà è un trattamento sperimentale che non ha una solida base scientifica, e causa gravi effetti collaterali. Soprattutto, nella maggior parte dei casi la disforia di genere prepuberale – se i minori non vengono medicalizzati – si risolve da sola dopo l’ingresso nella pubertà.

Radfem ricorda poi che le critiche avanzate da Spi sono allineate perfettamente con quanto affermato dalla pediatra Hillary Cass nel Regno Unito, con le linee guida di Svezia, Norvegia e Finlandia, nonché con quanto affermato da molti pediatri americani in contrasto con le proposte di legge di alcuni Stati.

Insieme a Radfem non dimentichiamo moltissimi genitori che si fanno domande. E forse azzardano l’ipotesi che il tema dell’identità di genere non si possa toccare proprio perché è già stato dato in mano alla politica. Probabilmente le aree ultra liberali e ultra progressiste si sono già appropriate del mondo gender anche infantile.

Proprio come accade anche già ormai da tantissimi anni negli Usa.

NON SOLO FARMACI: ECCO COSA ACCADE NEGLI USA

Tuttavia dopo anni di proclami e di grandi fasti, è proprio negli Stati Uniti che si vedono i primi grandi disastri di quello che sembrava un grande successo a marchio dem.

Adulti che si pentono perché non possono più tornare indietro dopo aver subito trattamenti permanenti. Danni psicologici e ferite che difficilmente si rimargineranno, sicuramente non in breve tempo e senza conseguenze.

Sono centinaia le persone che in America chiedono di poter fare la transizione inversa, per poter tornare al loro sesso di nascita.

Alcune sono anche giovanissime. Individui che non hanno avuto modo di terminare la loro adolescenza e quindi vivere appieno i cambiamenti che forse, prima di rifiutare, avrebbero dovuto sperimentare.

Giovani adulti che si ritrovano mutilati prima ancora di poter pensare a un “dopo” e che non sanno a chi rivolgersi. Storie strazianti che a volte finiscono anche molto male.

Ma come è chiaro che sia, queste questioni, che sono affiorate molto prima oltre oceano, là si trovano anche a uno stadio di dibattito più avanzato e diverso da quello italiano.

La discussione sulla questione in Italia è invece in un punto cruciale e, probabilmente, percorrerà lo stesso binario già tracciato.

Tuttavia, se facessimo tesoro dei tristi epiloghi di molti Paesi, sarebbe proprio questo il momento di agire e fermare la macchina propagandistica.

Si potrebbe così sperare di evitare le stesse giovani ed evitabilissime vittime.

MARTINA GIUNTOLI

 

 

 



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