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Se l’Italia non fosse un Draghistan, si potrebbe dire che c’è un po’ di maretta nei palazzi romani per via del Ddl Concorrenza, alias concessioni balneari. Nella quasi plebiscitaria maggioranza che sostiene il Governo si registrano miagolii di scontento. Ci sarà qualcuno in grado di trasformarli in una presa di posizione netta? Ci sarà qualcuno in grado di pronunciare un No? Ma “no”, probabilmente, è anche la risposta.

Il “Si fa come dico io” per il quale è noto il primo ministro Draghi ha toccato una nuova vetta con una riunione del Consiglio dei Ministri. Forse è stata la più breve della storia repubblicana. In soli dieci minuti, la settimana scorsa, il primo ministro ha informato l’esecutivo che è indispensabile approvare rapidamente la riforma della concorrenza. Finora i maldipancia di varie forze politiche l’hanno tenuto impantanata in Senato.

La riforma della concorrenza è un “Ce lo chiede l’Europa”. Costituisce infatti una delle terribili condizioni – autentiche forche caudine – in cambio delle quali l’Unione Europea dà all’Italia i soldi del PNRR, che peraltro l’Italia dovrà rendere in grandissima parte. Le terribili condizioni sono corredate da un preciso scadenzario. E ora la riforma della concorrenza è arrivata allo stadio del fatepresto.

Così Draghi ha ottenuto dai suoi ministri l’autorizzazione a porre la fiducia. Salvo mediazioni e accordi dell’ultima ora relativi ai balneari, la fiducia sarà posta sul testo base, con conseguente azionamento dello sciacquone sulle modifiche già concordate e relative ad altri articoli del disegno di legge.

Dopodiché Draghi ha inviato alla presidente del Senato una lettera con la quale chiede che il Ddl Concorrenza sia approvato (rectius: sia sottoposto al voto di fiducia) entro questo mese di maggio. Praticamente, Draghi ha dettato anche il calendario dei lavori parlamentari. Del resto, l’ha detto egli stesso: non sono stato eletto, ma nominato per agire.

La fiducia, che prevedibilmente verrà concessa, sarà la 46ma della serie draghiana. Su Twitter hanno tenuto il conto: un voto di fiducia in media ogni 9,7 giorni, sabati e domeniche comprese.

 

Le concessioni balneari sono quelle relative alle spiagge. Tutti i litorali sono di proprietà del demanio, cioè dello Stato. Coloro che le attrezzano con sdraio, ombrelloni e quant’altro le hanno ricevute in concessione in maniera – è vero – quasi feudale e in cambio di canoni molto bassi e a volte francamente ridicoli.

Però la concorrenza che “ce lo chiede l’Europa” è quella in cui vince il più forte: non il migliore. Mettere a gara le concessioni balneari significa consentire a multinazionali e grandi gruppi di sbarcare sulle spiagge italiane. Le circa 30.000 famiglie che finora hanno campato con le concessioni balneari si troverebbero senza lavoro. Potrebbero solo partecipare ad una gara per tentare di strappare ad un qualche colosso una concessione balneare sul ridente Mare del Nord.

GIULIA BURGAZZI

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