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Nasce l’Osservatorio che sa distinguere “il vero dal falso”

Ci era riuscito forse solo Nostro Signore, duemila anni fa, a distinguere il grano dal loglio. Ma personaggi della levatura di Gianni Riotta e Gentiloni non si lasciano intimorire da tale sfida senza precedenti: nasce così a Roma l’Italian Digital Media Observatory. Se ne sentiva francamente il bisogno, dell’ennesimo organismo  dedicato alla lotta alle fake news in Rete e ad un’affermazione più efficace della narrazione che già ci viene propinata 24/7 da tutti i media. Sia mai che qualcuno sfugga.

I partecipanti all’iniziativa sono tutti nomi noti che già suonano in orchestra: dall’ Università Luiss Guido Carli a RAI e TIM; dal Gruppo GEDI La Repubblica al Corriere della Sera, dagli ineffabili Reporters Sans Frontières alla solita House Ambrosetti , e vari altri specialisti in verità. E chi è il magnifico sponsor (cioè caccia materialmente i soldi per l’operazione)? Neanche a dirlo, l’oppressore in chief: ovvero l’Unione Europea.

Lavoreremo per insegnare a distinguere il vero dal falso.

Così Gianni Riotta, sempre sicuro di sé. Davvero esilarante, invece, il messaggio del Ministro Di Maio:

l’onda di disinformazione e fake news cui abbiamo assistito negli ultimi anni in Europa e nel mondo rischia di indebolire il diritto a una corretta informazione.

Dieci anni fa avrebbe forse invocato la chiusura del blog di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, la prima fonte di controinformazione in Italia all’epoca e quella che gli ha consentito di diventare ministro. E magari sarà proprio lui a rivendicare lo scranno del futuro probabile Ministero della Verità. Un’esagerazione? Non tanto. Stefania Maurizi del Fatto, giornalista italiana vicina a Wikileaks e a Julian Assange, definisce l’iniziativa allucinante e orwelliana, e ne denuncia la cooperazione anche con l’Alliance of Democracies: un think tank dell’apparato militare-industriale Usa supportato da Fondazione Bush e Atlantic Council. Davvero un giardino di delizie.

Io mi chiedo come Repubblica e Corriere possano prestarsi ad un’operazione come questa.

Stefania Maurizi cade dalle nubi. Noi un po’ meno: sappiamo da tempo che gli imbavagliatori professionisti si ammantano della definizione di strenui difensori della verità. Ma cercare di bloccare la libera circolazione delle informazioni sul web è un po’ come voler fermare il vento con le mani, e questo sul “manuale Orwell” non era stato previsto.

 

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Vaccino per bambini: scienza… o volantini pubblicitari?

Sul vaccino Covid per i bambini c’è una dissonanza schizofrenica fra la narrazione trionfale dei media mainstream (“La corsa all’immunità”, titola trionfale Repubblica) e il reticente comunicato stampa con cui Pfizer BioNTech ha annunciato ieri, lunedì 20 settembre, i risultati della sperimentazione nella fascia di età compresa fra i 5 e gli 11 anni.

In quale misura il vaccino protegge effettivamente i bambini dal contagio e dalla malattia? E’ la cosa più importante: ma il comunicato stampa non ne parla. Dice invece che il vaccino “è sicuro” e “ben tollerato” e che, iniettato ai piccoli con la classica doppia dose e in quantità inferiore a quella per gli adulti e i ragazzi più grandi, ha prodotto una risposta immunitaria “robusta”.

Non fa male, insomma. Ma quanto fa bene? Quanti dei 2.268 bambini che hanno fatto da cavia si sono infettati, anche rimanendo asintomatici o con sintomi lievi, o si sono addirittura ammalati? E per quanto tempo dura la loro “robusta” risposta immunitaria?

Sarebbe importante saperlo, ma Pfizer non lo dice e i media non si preoccupano di approfondire. Perlopiù i bambini sviluppano l’infezione in modo meno grave rispetto agli adulti e per questo talvolta sono stati accusati di essere dei piccoli untori; la loro vaccinazione dovrebbe essere uno di quegli “atti altruistici” che limitano la diffusione del virus. Eppure non sono stati diffusi dati neanche su questo punto fondamentale. L’Huffington Post annuncia la probabile vaccinazione già a novembre dei bambini con più di sei anni, la Lombardia aspetta solo il semaforo verde dell’ufficialità. Una timida nota dissonante viene dal Fatto Quotidiano, che nota come perfino secondo Burioni (secondo Burioni, addirittura!)  i circa 2.200 bambini che hanno partecipato alla sperimentazione costituiscono un campione ridotto.

Inoltre è una – diciamo – stranezza  far conoscere al mondo i risultati di una sperimentazione attraverso un comunicato stampa, cioè una sorta di velina con la quale un’azienda fa sapere soltanto ciò che le interessa far sapere: oste, è buono il suo vino? Una stranezza alla quale, peraltro, assistiamo dall’inizio dello sviluppo dei vaccini Covid.

Se i risultati della sperimentazione fossero pubblicati per intero, la comunità scientifica avrebbe accesso ai cosiddetti dati grezzi. Potrebbe analizzarli e farsi un’idea indipendente dell’efficacia e della sicurezza.

Invece i dati, annuncia Pfizer, verranno comunicati “il più presto possibile” alla statunitense FDA e all’EMA dell’Unione Europea, le due agenzie che autorizzano e monitorano l’uso dei medicinali e dalle quali dipende l’OK per la somministrazione del vaccino anche ai bambini.

A loro volta, FDA ed EMA non rendono pubblici i dati. Affinché qualcuno ci posi sopra gli occhi, bisognerà aspettare almeno due anni dopo la fine della sperimentazione. Bisognerà cioè aspettare fino a quando miliardi di persone (bambini probabilmente compresi) ormai avranno il vaccino in corpo. A quel punto, la comunità scientifica potrà solo – eventualmente – piangere sul latte versato.

DON QUIJOTE

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