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Mentre scriviamo sono in corso le operazioni delle forze dell’ordine al porto di Trieste: centinaia di poliziotti stanno cercando, con idranti, cariche e manganellate, di sciogliere il presidio dei portuali, asserragliati da giorni in difesa di un loro diritto costituzionale prima,  e della democrazia e della dignità di un popolo intero poi.

Le indiscrezioni che erano girate ieri pomeriggio parlavano di uno sgombero che sarebbe dovuto avvenire all’alba di domani, ma l’ordine di intervenire è stato evidentemente anticipato, perché quello che sta succedendo a Trieste è di tale potenza, anche simbolica, che il governo ha ritenuto di non poter perdere altro tempo.

Il “caso Trieste”, infatti è passato dall’essere un problema locale dai risvolti economici e commerciali nazionali al diventare l’epicentro della lotta di tutto un popolo.

L’arrivo di migliaia di cittadini, compresi molti volti simbolo della resistenza costituzionale, a dar man forte ai portuali, ha radicalmente modificato lo scenario, sia da un punto di vista pratico che simbolico, perché ha stretto intorno a un gruppo di lavoratori che aveva scelto di ribellarsi una massa di connazionali intenzionati a sostenerli con ogni mezzo e il tutto in diretta nazionale, poiché neppure i corrotti media di regime potevano ignorare fatti di questa portata e sono stati costretti a raccontarli.

Il rischio di una vera e propria occupazione di massa del porto ha imposto al governo di usare le maniere forti. E così dopo giorni passati a denunciare fantomatiche minacce fasciste ai lavoratori, rappresentate da personaggi grotteschi di irrilevanti gruppuscoli, il governo ha dovuto dare corso alla repressione violenta e spietata della protesta dei lavoratori supportati da migliaia e migliaia di semplici cittadini.

Un’immagine devastante che mette ulteriormente in crisi il racconto mediatico ormai palesemente distopico, con evidenti e gravi ripercussioni politiche. Si perché dalle urne è arrivato un segnale chiarissimo e preoccupante, un’astensione di massa e il crollo di quelle forze politiche (M5S, Lega, FdI) che in questi anni hanno finto di rappresentare un’alternativa al sistema, e per questo hanno ottenuto vittorie clamorose nelle varie elezioni.

Il M5S si è da tempo suicidato sull’altare del governismo mentre fino a pochi mesi fa la Salvini e Meloni rappresentavano ancora, per milioni di italiani, i referenti politici della lotta popolare contro i poteri forti, sempre più esplicitamente orientati a  imporre una forma di governo autoritario.

Con l’entrata nell’esecutivo di Draghi dei “sovranisti” di regime questa illusione è svanita e i cittadini, in risposta, hanno disertato le urne e riempito le piazze. Le imbarazzanti e imbarazzate parole a timido supporto dei lavoratori e dei manifestanti di Trieste, pronunciate stamattina dal “Capitone” e da “Iosonogiorgia” mostrano la drammatica trappola in cui si trovano i due leader: impossibilitati a rompere con Draghi sono costretti a recitare la parte del poliziotto buono, in una sceneggiata che, come hanno mostrato le urne, non interessa più il popolo, mentre il PD, dopo aver cantato bella ciao contro il fascismo in una Piazza San Giovanni mezza vuota, plaude ai manganelli dei celerini che si abbattono su lavoratori e manifestanti.

E’ facile prevedere che dalle urne vuote uscirà una vittoria del PD e delle forze governiste, perché le piazze piene non hanno un referente politico.

E’ indispensabile a questo punto garantire uno sbocco politico alla rivolta democratica in atto, e per farlo tutte le forze democratiche e costituzionali, a cominciare da Ancora Italia e Movimento 3 V, devono unirsi mettendo da parte qualsiasi particolarismo o personalismo, per dare corpo a un’alternativa politica che il popolo sta chiaramente invocando.

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